Una giornata bagnata

La pioggia cadeva lenta contro i vetri dell’appartamento, tracciando rivoli irregolari che si rincorrevano come pensieri proibiti. Rimasi qualche istante sulla soglia, ancora con il cappotto addosso, mentre osservavo Marco in piedi accanto alla finestra. La luce calda della lampada disegnava ombre morbide sul suo profilo.

«Sei fradicia», disse lui con un sorriso appena accennato.

«Potresti aiutarmi.»

Marco mi si avvicinò senza fretta. Le sue dita sfiorarono i bottoni del cappotto, sciogliendoli uno alla volta, con una lentezza che non aveva nulla di casuale. Ogni gesto sembrava studiato per prolungare l’attesa. Trattenni il respiro mentre il tessuto scivolava a terra, rivelando l’abito sottile che aderiva alla pelle umida.

Le mani di lui non si fermarono subito. Restarono sospese all’altezza dei miei fianchi, come se chiedessero il permesso. Fui io a colmare la distanza, poggiando i palmi sul suo petto, sentendo il battito accelerare sotto la camicia.

«Mi sei mancato», sussurrai

Le parole si dissolsero quando le labbra di Marco trovarono le mie. Non fu un bacio affamato, ma profondo, esplorato con lentezza. Il mondo fuori — la pioggia, le luci della città, il tempo stesso — sembrò allontanarsi.

Gli sfiorai il collo, poi le spalle, scivolando lungo le braccia fino a intrecciare le dita alle sue. Il contatto era caldo, elettrico. Ogni carezza accendeva una nuova consapevolezza, un invito silenzioso.

Marco mi guidò verso il divano, senza smettere di baciarmi. Mi lasciai andare, sentendo la tensione sciogliersi in un brivido sottile che mi percorse la schiena. Quando ci separammo per riprendere fiato, i nostri sguardi si incontrarono, carichi di una promessa che non aveva bisogno di parole.

Fuori continuava a piovere. Dentro, il tempo aveva scelto di fermarsi.